martedì 27 novembre 2007

Della cottura al cartoccio…




La cottura al cartoccio è un metodo molto semplice ma superiore, perché combina insieme il meglio della cottura al forno alla delicatezza del vapore. Questa ricetta prevede l’uso di svariati odori, qualche spezia e diversi ingredienti, poiché cucinando al cartoccio ogni profumo sprigionato resta inalterato.
Per quel che riguarda la comodità, il cartoccio è davvero formidabile, potete prepararlo quando volete, sigillarlo e infilarlo in forno al momento giusto. O perché no, prepararlo per qualcuno che torna stanco (mariti, mogli, figli, amici) dal lavoro, non ha voglia di cucinare, ma vuole mangiare bene. Dovete solo scrivere un post-it con i minuti e i gradi del forno! Eccezionale! Con questo metodo potete cuocere pesce, carne, verdure e chi più ne ha più ne metta.
Io ho scelto di preparare un’orata al cartoccio davvero gustosa e profumata. Ecco la ricetta…

Orata di mare al cartoccio:

Ingredienti per 2 persone:

2 orate sfilettate e pulite
Un ciuffo di prezzemolo
Un ciuffo di finocchietto selvatico
Un limone
Un pezzetto di radice di zenzero
Una decina di pomodorini
Mezzo peperoncino
Mezzo porro
Una spolverizzata di curry o mezzo bicchiere di vino bianco
2 spicchi d’aglio
Olio e sale q.b.

Preparazione:

Prendete i filetti di orata e incideteli sul dorso facendo dei tagli obliqui abbastanza profondi. Dopo averli salati, tritate prezzemolo e finocchietto insieme e disponeteli all’interno di ogni incisione, di modo che il pesce si profumi meglio. Queste incisioni servono anche per far cuocere meglio i filetti.
A questo punto preparate gli altri ingredienti: tagliate a rondelle il porro, tagliate a pezzetti i pomodorini, sbucciate lo zenzero e fatelo a listarelle, tagliate il peperoncino e infine sbucciate l’aglio (o lasciatelo in camicia se preferite). Per il cartoccio: staccate un metro circa di alluminio, piegatelo in quattro (lasciandolo momentaneamente aperto) inserite il pesce e tutti gli altri ingredienti, infine aggiungete un po’ di trito di prezzemolo e finocchietto. Salate il tutto. (Io ho aggiunto un po’ di curry perché amo molto il suo profumo che si abbina bene col pesce, ma se preferite potete usare mezzo bicchiere di vino bianco). Versate un filo d’olio e chiudete il cartoccio arrotolando ogni estremità due volte, in modo che sia ben sigillato.
Disponete il tutto il forno preriscaldato a 200° per 30 minuti circa e il gioco è fatto!

domenica 25 novembre 2007

Il buongiorno si vede dal mattino



Novembre. Piogge, foglie gialle e accartocciate, poca voglia di uscire di casa. Domeniche grigie in cui un the da solo non basta a tirarci su. Mattine, in cui faremmo qualsiasi cosa pur di restarcene a letto a dormire. Troppo freddo fuori.
Permettetemi, quindi, di darvi un buon motivo per alzarvi. Una crostata di castagne, vi farà di sicuro cambiare idea!
Ho scelto le castagne perché restano un tipico elemento “novembrino”, sono poliedriche nel loro abbinarsi sia al dolce che al salato, inoltre hanno la capacità di richiamare, con il loro sapore, questo preciso periodo dell’anno.
In questa ricetta ho voluto sfruttare la farinosità della castagna, utilizzandola come base della mia preparazione.

Ingredienti per la pasta frolla:

600 gr di farina
200gr di zucchero
300 gr di burro
4 tuorli
1 pizzico di sale
scorzetta di limone grattugiata


Ingredienti per la crema di castagne:

600gr di castagne
400 ml di latte (2 bicchieri da tavola circa)
100 gr di zucchero
25 gr di cacao amaro
25 gr di burro
scorzetta d’arancia grattugiata


Procedimento per la pasta frolla:

Unire la farina alle uova e allo zucchero, un pizzico di sale e la scorza di limone. Aggiungere il burro a dadini schiacciandolo all’interno del composto con i polpastrelli. Legare il tutto fino a formare una palla. Lasciar riposare in frigo mezz’ora.

Procedimento per la crema:

Porre sul fuoco le castagne in una pentola con abbondante acqua e lasciar cuocere per un’ora. Scolate e fate raffreddare. Successivamente (armatevi di pazienza) sbucciate le castagne e passatele in un passaverdura di modo che venga fuori una sorta di farina. Riponetela in una pentola. Aggiungete lo zucchero e mentre girate il composto con un cucchiaio di legno versate lentamente il latte, il cacao amaro e un po’ di scorzetta d’arancia grattugiata (che col cacao si sposa benissimo!). A questo punto, riponete la pentola sul fuoco e ri-armatevi di pazienza, bisogna girare il tutto per circa 15 minuti, fino a quando la crema non sarà densa. Lasciatela raffreddare.
Stendete la pasta frolla e disponetela in una teglia precedentemente imburrata e infarinata. Lasciatene da parte un po’ per la decorazione in superficie. Versate la crema all’interno della teglia e livellate con un cucchiaio.
Le decorazioni possono essere le più svariate: dalla retinatura tradizionale della crostata fino a foglie o fiori, insomma, più siete bravi a decorare, più la vostra crostata sarà bella.
Infornate a 180° per 15 minuti, quando tirerete fuori la torta per aggiungervi le decorazioni. Riponetela nuovamente per 25 minuti circa (a seconda del vostro forno, comunque vi accorgerete che la torta è cotta quando la pasta frolla assumerà un bel color biscotto) .

Allora, vi ho convinti??

Ringraziamento di dovere a Luisa e Salvatore per la buona dose di pazienza e la cucina che mi hanno prestato, visto che sono in trasferta.

Il pesce dimenticato



Il pesce e tutta la cucina basata su questo alimento è un mondo affascinante e molto vicino alle nostre tradizioni. Quello che accade però, sempre più spesso, è che ci si abitui a determinati piatti o sapori, mettendone da parte altri, considerati di secondo livello.
Ora, un ragionamento del genere potrebbe essere fatto per ogni categoria di alimento. Ma, il pesce, nelle sue innumerevoli varietà, merita un posto di primo piano, non solo perché ha dei valori nutrizionali molto alti, ma anche perché a dire la verità, non esiste pesce non buono se cucinato bene.
Al primo posto nella hit parade del pesce dimenticato c’è il cosiddetto “pesce azzuro”: sarde, lampughe (caponi in siciliano), palamita, tombarello (sangusa), sgombro, acciuga, boga (vopa), sugarelli (sauri), pesce pilota (fanfalo), e il cicirello. Ma anche scorfani e tracine.
Se dovessimo dissertare sul gusto, ci sarebbe da dibattere. Ma le idee sono chiare ogni pesce ha il suo tipo di preparazione ed è proprio per questo che nessuno tra i pesci mangiabili è da cestinare.
Questo è quello che è emerso dalla seconda lezione del corso tenuto da Peppe Giuffrè sul “Pesce dimenticato” nell’affascinante cornice della Tonnara Florio di Palermo, durante la quale si è esibito in una delle preparazioni più interessanti della gastronomia trapanese. Il Cous Cous di pesce. “Non esiste una sola ricetta di questo piatto, ma milioni, perché essendo un piatto tradizionalmente casalingo viene tramandato da generazioni in molti modi. La variante maggiore è spesso il pesce. Ognuno prepara la zuppa con i pesci più disparati”. Ed è proprio vero, c’è chi preferisce usare molto pesce “povero” e chi preferisce usarne poco, ma di qualità migliore. C’è chi accompagna il piatto con seppie fritte, e chi preferisce utilizzare il pesce con cui si preparare la zuppa .Lui, ci rivela “Uso molto gli scorfani e le boghe, perché sono pesci molto saporiti”.
Insomma, il cous cous dalla tradizionale “incocciata” è stato protagonista, ma è il pesce, che sta alla base della preparazione.
Questo serve a noi a comprendere come si possa anche spendere poco per avere un brodo ottimo da servire con questo piatto. E’ chiaro che ognuno sceglie il pesce che più gradisce, così come gli aromi che profumano il tutto.
Non limitiamoci, pertanto ad utilizzare ciò che va più di moda, ma cerchiamo di assumere una “curiosità” ai fornelli verso ciò che merita attenzione. Questa non è solo un’esortazione per chi prepara a casa, ma anche nei confronti dei cuochi e degli chef, affinché mettano in carta prodotti “dimenticati”, o considerati non buoni dalla maggior parte della gente. Ciò è sicuramente un elemento di pregio per il consumatore come per il gourmet più attento. La spatola, ad esempio è un pesce che in questo momento è fuori dalle mode, ma è ottimo al forno con una leggera gratinata o fritto.
Insomma, il pesce è un’enorme risorsa per noi tutti, non ne esiste di buono o di brutto. Questa differenziazione esiste solo nelle nostre menti, dobbiamo essere noi ad allontanare i pregiudizi e rendere giustizia al pesce sulle nostre tavole.

Ratatouille: molto più che un cartone animato





La Ratatouille è un piatto tipico della cucina francese, che prende il nome dal verbo “touiller” che significa mescolare. Dire fare una“ratatouille” in francese significa mescolare tante cose diverse tutte insieme ( e non ha sempre un significato positivo). Infatti, nel piatto vengono mescolate insieme svariate verdure: melanzane, zucchine, peperoni ma anche molti aromi: alloro, timo e basilico.
Ma Ratatouille è anche il nome del cartone animato della Disney Pixar che sta letteralmente impazzando nelle sale cinematografiche di mezzo mondo. Perché? Perché racconta il mondo delle cucine dei ristoranti non solo ai bambini, ma a tutti, in maniera dettagliata, specifica e divertente allo stesso tempo.
Una storia semplice. Un topo che vuole diventare il più grande chef di Parigi, aiuta un umile sguattero di un noto ristorante insegnandogli a cucinare. Uno scambio di battute tra i personaggi ricco di informazioni ben precise e di realtà esistenti nelle cucine parigine come in quelle di tutto il mondo. A cominciare dalla composizione della brigata di cucina, recitata sapientemente dal topolino, fino a finire con la descrizione del cuoco medio: non sempre un artista, ma spesso un “avanzo di galera”. Il film rivela che le cucine non sono un luogo facile dove si lavora sempre in armonia, ma spesso sono luoghi difficili, dove la gerarchizzazione dei ruoli si fa viva e pesante.
Andiamo al cibo: tutti rigorosamente esistenti gli ingredienti (un particolare riguardo del regista allo zafferano de L’Aquila), i vini citati e, molto importante, le ricette, che sono state create fisicamente niente di meno che da Thomas Keller del ristorante The French Laundry di Yountville, California. Uno dei più grandi del mondo. E ovviamente, anche quelle sono state riprodotte in cartone.

Ora, chi gironzola in questo mondo sa quanto sia difficile descriverlo, figuriamoci rappresentarlo. Ma nel film, i gusti, i sapori e gli abbinamenti sono visivamente rappresentati con un “scoppiettìo” immaginario nella mente dei personaggi ( chissà se è davvero questo che accade tra i nostri sensi e la nostra mente).
C’è anche una poco velata critica nei confronti del cibo “fast” delle grandi produzioni. Proprio lo chef executive del ristorante, nonché l’antagonista,vuole mettere sul mercato una linea di prodotti surgelati e semi-cotti, ovviamente viene boicottato dai protagonisti.
E poi, è il personaggio di Anton Ego ad entusiasmare di più. La caricatura del critico enogastronomico è geniale. Freddo, arcigno e solo, nella sua casa a forma di bara, è sinonimo di morte per chi ha un ristorante e le sue recensioni sono le più autorevoli di tutta la Francia. Ma la sua penna feroce (come nelle migliori favole) è intenerita da un piatto preparato dal topino, la Ratatouille appunto. Come? Con la capacità sensoriale di un piatto semplice che riporta magicamente Ego nella sua infanzia. In sostanza, quello che la maggior parte di quelli che fanno questo mestiere vogliono esprimere: la portata evocativa del cibo, un vento che scompiglia i capelli di tutti, anche del più arido degli uomini , ma anche che spesso la tradizione, se ben fatta, è più originale e fresca di qualunque novità.
Così Ratatouille ha una morale e un lieto fine che non sfociano nella banale eccellenza e perfezione delle vite come dei piatti, ma ci propone una semplicità quotidiana e duratura come ricetta della felicità.

martedì 30 ottobre 2007

Il cavolo che voleva essere un broccolo in tegame...


Questa ricetta nasce dall’idea di rivisitare la pasta con i broccoli in tegame tipicamente siciliana. Cosa c’è di meglio di un raviolo, dunque? Un raviolo appunto, il cui composto: la carne, è abbinata all’uvetta e ai pinoli. Ho usato il cavolfiore (per cambiare un po’) per farne una crema. Ed ecco qui il risultato. Buono e semplice, provare per credere!


Ingredienti:
300gr di pasta all’uovo fresca
800 gr di cavolfiore
200 gr di carne macinata magra
Pinoli
Uva sultanina
Parmigiano
Pecorino
Sale
Pepe

Preparazione:

Lessate il cavolfiore in abbondante acqua salata e scolatelo ( tenendo da parte l’acqua di cottura). Frullatelo con un mixer ad immersione e regolatene la cremosità aggiungendo un pò dell’acqua.
Per il ripieno: in una terrina aggiungete alla carne, parmigiano, sale e pepe. Frullate fino a far diventare il composto morbido ma compatto. Aggiungete i pinoli e l’uva sultanina.
Stendete la pasta. Create col composto dei ravioli di dimensioni a vostro piacimento. Il metodo è molto semplice: su delle strisce di pasta adagiate piccole quantità di ripieno e richiudetele su se stesse. Attenzione, per eliminare l’aria all’interno del raviolo fate una leggera pressione con i polpastrelli, o con un coppapasta. A questo punto, cuocete i ravioli nell’acqua di cottura del cavolfiore, scolateli e adagiateli sul letto di crema di cavolfiore, che avete precedentemente steso.
Infine, guarnite con pepe e grosse scaglie del pecorino che preferite (io ho utilizzato quello ragusano).
Potete sostituire il cavolfiore col cavolo che volete!

martedì 16 ottobre 2007

Stufa della verza stufata




La verza si cuoce spesso stufata insieme al pomodoro e al rosmarino ( non mi è ma piaciuta particolarmente, specialmente da bambina), questo piatto ricorda molto l’inverno in cui la carne al forno fa da padrona e il condimento è proprio la verza in umido. Ma questa volta, sarà perché voglio aggrapparmi a quel po’ di autunno che ci rimane, la verza che vi propongo è diversa, in una versione fresca e leggera, un involtino.
Potrete usarlo come antipasto, è molto adatto in questo periodo in cui le giornate non sono ancora fredde.
Ho preparato due versioni, con due condimenti differenti, entrambi molto buoni.
L’elemento siciliano è il pomodoro di Pachino IGP essiccato al sole.


Ingredienti:

Un cavolo verza
300 gr di ricotta di pecora
Un pugno di pomodorini di Pachino
Qualche foglia di basilico
Acciughe salate sott’olio
Olio extravergine d’oliva

Preparazione:

Staccate le foglie di verza e lavatele, ponetele in un cestello e fatele cuocere al vapore. Dopo circa 15 minuti si saranno ammorbidite (pur restando croccanti). Nel frattempo, fate ammorbidire i pomodorini in olio extravergine d’oliva per qualche minuto e dopo averli ben scolati uniteli alla ricotta. Fate attenzione alla quantità, perché i pomodorini sono salati. Nella seconda versione della ricetta, unite 2-3 acciughe alla ricotta, al posto dei pomodorini.
A questo punto aprite ogni foglia e riempitene alcune con il primo composto, altre con il secondo. Chiudete l’involtino e disponetelo nuovamente per 3-4 minuti nella pentola, facendolo cuocere al vapore.
Serviteli ben caldi.
Un consiglio: per riconoscerli, ponete su ognuno di essi rispettivamente qualche pomodorino o un’acciuga.

Cronache di Collezioni Gastronomiche Siciliane








Se fosse una sfilata sarebbero abiti

variopinti ma di un’eleganza mozzafiato. Se fosse un quadro sarebbe un paesaggio siciliano olio su tela in cui viene voglia di tuffarsi dentro. Se fosse un profumo sarebbe di zagara. Se fosse una musica sarebbe un valzer di ballate il cui sottofondo è un canto di grilli in un mattino siciliano estivo.
Collezioni Gastronomiche è molto di più di tutto questo, è un piatto, anzi sono i piatti presentati dalle stelle gastronomiche del firmamento siciliano. Ogni menù un’esperienza, un racconto, una suggestione, che narra e che interpreta la Sicilia del cuore di ognuno di loro. Così partendo dall’infanzia di Pino Cuttaia, si arriva al gambero che gironzola solitario sul fondale marino di Accursio Craparo, mentre passeggiando sull’Etna con Carmelo Chiaramonte scopriamo che lo strudel di Andreas Zangerl non è un piatto nordico, ma siciliano e pieno di ricotta di pecora. Ognuno racconta ciò che è suo. E porta sulle tavole dell’Hotel Kempinski di Mazara del Vallo grandi performance e piatti che parlano da sé, come la Zuppetta di frumento e ceci, con gelato al miele e fiori d’arancio di Corrado Assenza, vera poesia in versi. Non dimenticando il cioccolato di Franco Ruta emblema del cioccolato modicano dalle note siciliane accese.
Ma quello che vogliamo raccontare, non è solo la ricchezza di sapori e la bellezza dei piatti di questa kermesse. L’atmosfera di queste giornate al Kempinski è ciò che di più interessante e bello si possa dire. Allegria, collaborazione, divertimento e spensieratezza di sei Chef in vacanza, che si aiutano tra loro nelle preparazioni dimenticando ( ammesso che ci abbiano mai pensato) successi e punteggi di guide gastronomiche. Non è cosa di ogni giorno vedere tali personaggi uscire dalle cucine e servire tutti insieme ai tavoli i clienti, o sedersi tra gli ospiti a chiacchierare, o ancora rotolarsi sul prato dell’Hotel prestandosi ai fotografi. Questa è senza dubbio la Sicilia gastronomica che voglio raccontare, fatta di eccellenze dietro e davanti la cucina, perché un piatto, per quanto buono possa essere da solo, diventa magia se te lo racconta chi lo ha fatto e ancor di più se questa persona è seduta accanto a te a mangiarlo.

Ed ecco una breve scheda di ogni chef:


Andreas Zangerl , Casa Grugno, Taormina (ME)

E’ austriaco, ma nei suoi geni sicuramente c’è del siciliano, poiché la sua cucina è quella di chi in questa terra ci è nato. E’ un grande interprete di quest’arte e sembra aver interiorizzato al meglio la nostra cultura. Undici anni fa venne in Sicilia per la prima volta e ne rimase innamorato. Da alcuni anni, dall’incantevole cornice di Taormina, racconta quella che ormai è la sua terra e dice di non poter più vivere senza il mare.

Pino Cuttaia, La Madia, Licata (AG)

Giovane rampante chef, ha studiato al nord la tecnica, ed è proprio il caso di dire che si vede. I suoi piatti sono molto profumati e ricchi di sapori che provengono dalla sua storia, ma non solo. Mette in pratica tecniche moderne in cucina, proponendo ai suoi ospiti destrutturazioni di piatti tradizionali. Molto promettente il suo stile e la sua mano che sta diventando inconfondibile.

Carmelo Chiaramonte, Il Cuciniere del Katane Palace, Catania

Veterano in cucina, istrionico ovunque, trasmette la sua cucina raccontandola agli altri in maniera molto scherzosa. E’ un vero e proprio poeta e i suoi piatti sembrano essere la sua penna. Utilizza le materie prime migliori di tutta la Sicilia e lui stesso sembra andare a scovarle una per una insieme a ricette dimenticate e prodotti antichi.

Accursio Craparo, La Gazza Ladra dell’Hotel Palazzo Failla , Modica

Nessuno direbbe che fa lo Chef, Accursio ha più l’aria da ingegnere. In cucina è molto meticoloso ma i suoi piatti stupiscono. Giochi di consistenze e profumi lo caratterizzano, ma soprattutto una grande cura per la presentazione, che non risulta mai a caso. Accursio ha studiato al nord e adesso propone la sua cucina attenta che stupisce davvero occhi e palato.

Corrado Assenza, Caffè Sicilia, Noto

Come presentare Corrado Assenza. Forse dicendo che è uno dei più grandi interpreti della pasticceria siciliana? Quelle di Assenza sono creazioni, opere d’arte. La materia prima nelle sue mani viene elaborata ed esaltata infine assemblata sapientemente creando un perfetto equilibrio di sapore. Ha un che di artista, infatti la sua pasticceria è fatta di quadri, ogni elemento è parte di un insieme, che al palato trova la giusta connotazione.

Franco Ruta, Antica Pasticceria Bonajuto

Il cioccolato modicano nella storia della sua pasticceria ha preso le più svariate forme. Il suo nome è sinonimo di qualità e di mantenimento delle origini notoriamente azteche. Franco Ruta propone quest’arte e si fa portavoce di una cultura unica come quella del cioccolato.

venerdì 5 ottobre 2007



Fusilli con noci e polpo


Tutto parte come al solito dalla passione per la cucina e per i fornelli ( io non sono uno Chef!). Ma anche dalla passione per i sapori e i profumi della mia terra, la Sicilia coniugati ad elementi di vario genere e origine.
Come primo piatto ho scelto un primo. Semplice e veloce da realizzare, pochi ingredienti e pochi minuti per stupire ospiti a cena, ma anche semplicemente per regalarsi sapori e profumi semplici. Ci tenevo a proporre un piatto di mare, perché per me il pesce, i molluschi e tutti i frutti che dal mare provengono hanno sempre qualcosa in più da regalare al palato. L’abbinamento è polpo e noci. Potete usare anche le mandorle, io ho utilizzato quelle brasiliane.






Ingredienti: per 4 persone

Un polpo di 500 gr circa
350gr di fusilli (consiglio la pasta fresca)
100gr di pangrattato
Un ciuffo di rucola
50gr di gherigli di noce/ mandorle
150 gr latte
Una carota
Un gambo di sedano
Mezza cipolla
Olio extravergine d’oliva
Sale
Pepe nero macinato

Procedimento:

Preparare un leggero soffritto con cipolla, carota e sedano. Quando la cipolla sarà dorata aggiungere il polpo e far rosolare lievemente. Aggiungere l’acqua fino a coprirlo e far cuocere per 20 minuti circa. A cottura ultimata spegnere il fuoco e lasciar riposare qualche minuto. Successivamente tiratelo fuori dall’acqua e conditelo con sale, pepe e un filo d’olio. Richiudete il polpo su se stesso facendo si che la testa resti al centro dei tentacoli a accartocciatelo dentro alla carta forno o carta alluminio in modo da creare una sorta di “salame”. Una volta chiuso, fatelo riposare in frigo per mezz’ora. Quando sarà ben sodo tagliatelo a fette, tenendo da parte i pezzi di tentacolo in eccesso.
Nel frattempo preparate la crema di noci. Tritate le noci insieme al pangrattato cui avete unito latte, sale, pepe, un filo d’olio, infine allungatelo leggermente con il brodo in cui avete cotto il polpo, per dargli un po’ di profumo.
Preparate a parte anche una salsina di rucola, frullando questa insieme a qualche noce e un filo d’olio.
Buttate la pasta in abbondante acqua salata. Scolatela e conditela con la crema di noci. Aggiungete i pezzetti di tentacolo.
A questo punto potrete servire la pasta ben calda sul piatto da portata accostandola al salame di polpo, tenendo accanto la crema di rucola .

sabato 29 settembre 2007

Cous Cous Fest 2007




La decima edizione del Cous cous Fest è stata assegnata alla delegazione israeliana rappresentata da Ronny Basson ed Eyal Lavy , che hanno
presentato una versione della ricetta della tradizione di re Salomone i cui ingredienti sono:
tonno rosso, purea di zucca e ceci, salsa di pomodoro e melanzane siciliane. Ronny è figlio d’arte dello Chef Moche Basson del ristorante “Eucalyptus” di Gerusalemme. Lo Chef ha lavorato a Kansas City e Roma insieme al ben noto Filippo La Mantia. “Il piatto è stato eseguito in modo tecnicamente perfetto, con equilibrio dei sapori, originalità degli ingredienti e modernità di concezione”, parole del presidente della giuria Stefano Bonilli, editore e direttore del Gambero Rosso. E pare che questo piatto sia stato un plebiscito e abbia stupito talmente tanto da ottenure anche uno dei due premi speciali offerti dalla Fazio Wines e dagli Oleifici Barbera, ovvero quello per la quantità di ingredienti. Invece, il secondo premio speciale, la miglior presentazione del piatto è stato vinto dal Senegal di Khady Diagne, Ba Diatou e Mamadou Dieng. Il vincitore dell’edizione del Cous cous Fest 2007 si porterà a casa il Trofeo Bia Winner, ovvero una couscousiera di ceramica prodotta dall’artista Patrizia Giammarinaro, che verrà consegnata stasera dal sindaco di San Vito Lo Capo Peraino.
Una media molto alta dei piatti presentati, superiore a quella degli anni precedenti. Fra i quali spiccano le eccellenze, Israele e Senegal appunto.
Durante il pomeriggio, a spoglio avvenuto, è stato protagonista lo Chef Gianfranco Vissani, che dopo una breve conferenza stampa ha proposto due versioni del piatto della manifestazione. Il primo era un Tatin di gamberoni rossi e porro con una leggera salsa di mandorle servito insieme al cous cous aromatizzato alla cannella insieme a ben quattro tipi di pesce: sogliola, merluzzo nero, scorfano e triglia. Come seconda specialità Vissani ha proposto un Cous cous ai porri avvolto in una buccia di melanzana, che ha definito una sorta di moussaka, accompagnato da una crema di ceci e rosmarino e quattro tipi di carne, pollo, agnello, guanciola di manzo e un involtino di vitello con sedano e pecorino.
L’eccentrico Chef ha richiamato l’attenzione sull’esigenza di un ritorno alle tradizioni italiane, richiamando il cous cous come strumento. “E’ un piatto povero ma nobile ed è importante che ritorni sulle nostre tavole perché, a parte questa zona della Sicilia è stato dimenticato dal resto d’Italia e dalle grandi cucine internazionali”. Elemento essenziale per Vissani sembra essere l’equilibrio “Non ha senso riempire il piatto di spezie che coprono gli altri sapori”.
Intanto, come ogni sera, la cittadina sanvitese registra delle interessanti presenze come numeri, sembra che dopo ieri siano già stati staccati lo stesso numero di biglietti dell’anno precedente. Per il fine settimana, orfano di gara, sembrano essere attesi grandi numeri.
Sembra inoltre esserci soddisfazione per la qualità del cous cous prodotto quest’anno agli stand, c’è varietà e molta offerta.
Una manifestazione che ha soddisfatto, l’ennesimo risultato portato a casa dalla Sicilia, un evento che stupisce prima di tutto nella qualità e nella valorizzazione del nostro splendido territorio.